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Non siamo morte abbastanza


Non la reggo più questa giornata. Sarà che è iniziata davvero male, sarà che ho fatto davvero tardi.

Sto correndo da troppo e iniziano a farmi male le gambe, non ce la faccio più, ma ormai vedo la stazione… sarebbe un peccato fermarsi proprio ora. Eccolo, il mio binario, il mio treno.

Finalmente. Mi sembrano quasi un miraggio. Un ultimo sforzo e potrò finalmente sedermi e lasciare che quell’ammasso di ferraglia mi riporti a casa. L’unica cosa positiva del treno delle 21.45 è questa: i posti vuoti, tanti e tutti per me.

Sedersi, che meraviglia. Mi siedo dunque, anzi no, mi accascio.

Riprendo fiato, respirando a fondo. Respiro e metto a fuoco il vagone. Poche altre persone, come avevo già preventivato, quasi tutti adulti. Tra di loro due, no, tre… tre facce giovani, studenti credo, a giudicare dalle borse piene di libri.  Dapprima sembra che viaggino separatamente ed invece, mi accorgo che sono insieme. Si urlano qualcosa da un capo all’altro del vagone. Perchè non si sono seduti vicino?

Leggo una certa dose di disgusto nella signora seduta nei posti adiacenti al mio. Chi sa che dicono. Passando da una canzone all’altra, il volume del mio MP3 si abbassa; colgo un frammento di conversazione fra una nota scemata ed una che ancora deve arrivare.

“Ma tu l’hai vista quella del reparto di gastroenterologia quanto era bona?”

Ecco, se questo è il leitmotiv della conversazione, posso capire il disgusto della mia anonima compagna di viaggio.

Sarà per una strana quanto abbondante dose di masochismo, ma non posso fare a meno che bloccare la canzone che sta per incalzare attraverso le cuffie. Sono curiosa.

“…altro che ago, avrei avuto qualcos’altro da infilargli…”

Decisamente capisco il disgusto. Sono seri? mi chiedo. E questi sarebbero i futuri medici? Piuttosto mi lascio morire, anche per una banale influenza. E la loro conversazione incalza e disturba i miei pensieri.

“E tu tra le specializzande chi ti faresti? Io ogni volta che vedo quella… come si chiama? Mi pare Ilaria, o forse Chiara… non mi ricordo. Hai capito chi? Quella con un culo…”

“Chi la tettona? Per me l’importante non è tanto chi, quanto il come. Ce n’è per tutte! E per ognuna di loro ho già in mente una posizione diversa…”

Ok, ho sentito abbastanza, meglio far ripartire la musica. Mi fanno troppo schifo. Non è pudore il mio. è ribrezzo. Ribrezzo verso chi riduce un corpo a poco più che una macchina. Già, una macchina buona solo a dare piacere, a procurarsi orgasmi. Vorrei poter dire che almeno non sapranno mai cosa vuol dire essere amati da una donna, una donna che amerà dargli piacere e da lui riceverne. Purtroppo c’è chi con questi tipi ci sta e dice pure di amarli. Donne le cui peggiori nemiche non sono che loro stesse. Prime vittime di questo becero maschilismo, che è prima che una questione di violenza fisica, una violenza psicologica. La consapevolezza di essere vittime di questa violenza non sempre sussiste.

Per un attimo mi passano davanti agli occhi tutte le varie vallette, soubrette, subrettine, letterine; i trailer, le pubblicità in tv, i marchi e i cartelloni pubblicitari.

Un trionfo di tette e culi pronti a pubblicizzare qualsiasi prodotto, che sia un film, un programma televisivo, un nuovo cosmetico o una pillola per il mal di testa poco importa. Corpi snelli e slanciati sono pronti a creare un esercito di maschi arrapati e femmine futili. Tutti uniti nel divulgare il vangelo del corpo perfetto. Perfetto rispetto a cosa, mi chiedo. Non lo so onestamente, so solo che sono perfetti. E che quei corpi mi hanno fatta tante volte sentire inadatta. Troppo bassa, troppo grassa, troppo sciatta, troppo maschiaccio, troppo alta, troppo magra, troppo truccata. La verità è che nessuna di noi sarà mai soddisfatta dal proprio corpo, dal proprio aspetto. E la verità è che nessuna mai lo sarà fin quando la bellezza del corpo femminile ci verrà proposta in questo modo. Disposta e a disposizione.

Sapete quanto rende l’industria dell’insicurezza di noi donne?

Vittime di una sorta di capitalismo estetico. Diete, palestre, cosmetici e creme varie. Anche questa è violenza. Anche questo è maschilismo.

Mi avvio alle porte del treno, finalmente la mia fermata è vicina. Mi accorgo che non è solo la mia. Quei 3 sono alle mie spalle e continuano a parlare, a sghignazzare. Il sangue mi pulsa nelle tempie, non so se per rabbia, o forse un po’ di paura.

“Piacerebbe anche a te vero se ti facessi…” E non riporto tutto, questa volta sì, per pudore. Mi fanno sentire sporca. Provo a calmarmi, a razionalizzare. Sono solo degli idioti. Scendo dal treno, ed istintivamente accelero il passo, maledicendomi per non aver saputo rispondere a tono. Quelli sono appena un passo dietro di me e continuano a rivolgermi parole che mi suonano pesanti come schiaffi. Mi sento il cuore quasi in gola, mentre percorro il sottopassaggio buio. Risalgo veloce, felice di vedere appena fuori dalla stazione la macchina che mi è venuta a prendere. Salgo, e finalmente mi sento al sicuro. Provo a calmarmi. Infondo non è successo niente. Non è successo niente.
Rispondo meccanicamente alle solite domande di routine di mia madre e penso che ci sono persone che sostengono che il maschilismo non esista, che sia un fenomeno superato, che a noi donne piace giocare alla vittima. Infondo non ci sono dati che confermino un aumento delle vittime di violenza o di femminicidio. Una mancanza di dati. Un vuoto. Un vuoto pesante come i corpi delle tante donne uccise dai loro mariti, fidanzati, padri ed ex gelosi. Furiosi per il fatto che una loro proprietà si stesse volontariamente allontanando da loro. Una MANCANZA di dati. Forse nessuno è interessato a studiare una tale sciocchezza. E intanto oggi non è successo niente, e io sono solo una stupida che ha paura per un niente. Una fifona. Già. Oggi non è successo niente.
O forse siamo noi, che non siamo morte abbastanza.

S. la Studentessa

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